
Nelle conversazioni sul clima, sulla disuguaglianza e sullo sviluppo sostenibile, il futuro è frequentemente descritto attraverso i rischi: proiezioni, probabilità e scenari. Ma molte delle sfide che le società affrontano oggi vanno oltre il rischio calcolabile.
Includono qualcosa di più profondo: l’incertezza radicale.
Quando le società affrontano una profonda incertezza, come accade con la crisi ecologica, le soluzioni tecniche da sole non sono sufficienti. Ciò che sostiene la trasformazione a lungo termine è la speranza: la volontà di continuare a lavorare per il cambiamento anche quando il risultato non è garantito.
Molti partecipanti alla Piattaforma di Iniziative Laudato Si’ stanno lavorando per creare un cambiamento ecologico e sociale in contesti caratterizzati da profonda incertezza. Riconoscendo questo, abbiamo voluto ascoltare le conversazioni sulla fede, la speranza e la sostenibilità che si svolgono al di fuori della Chiesa cattolica e in dialogo con essa.
In questa conversazione, il teologo ed economista Dr. Jan Jorrit Hasselaar della Vrije Universiteit di Amsterdam riflette su come la speranza può aiutare a sostenere le società che affrontano l’incertezza, su ciò che la storia biblica dell’Esodo può insegnare riguardo i lunghi cammini di trasformazione e sul perché la collaborazione tra discipline è essenziale per un cambiamento significativo.
La speranza oltre l’ottimismo
“In mezzo a tutto il rumore creato dalla politica, dall’economia e dai media di oggi, sembra quasi miracoloso che nel 2015 i paesi del mondo abbiano concordato gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS)”, afferma Hasselaar.
Gli OSS rappresentano un impegno globale condiviso per affrontare le principali sfide come il cambiamento climatico, la scarsità d’acqua, la povertà, la disuguaglianza e i modelli insostenibili di produzione e consumo. Eppure, queste sfide hanno qualcosa di importante in comune: si affrontano in condizioni di incertezza.
Mentre il rischio può essere calcolato, l’incertezza descrive situazioni in cui il futuro non può essere previsto con sicurezza. Per Hasselaar, questa distinzione solleva una domanda più profonda: come dovrebbero rispondere le società quando il percorso da seguire non è chiaro?
Troppo spesso, le risposte si collocano a due estremi: da un lato l’ottimismo che presuppone che le soluzioni si trovino facilmente, e dall’altro il pessimismo che vede le sfide come troppo grandi da affrontare. La speranza offre un percorso diverso. In questa prospettiva, la speranza non è ingenua fiducia nel futuro: è al contrario un modo responsabile di agire nell’incertezza, sostenendo l’impegno anche quando i risultati rimangono poco chiari.
Cosa ci insegna la storia dell’Esodo sul concetto di transizione
Una narrazione biblica che fa luce su questa comprensione della speranza è la storia dell’Esodo. L’Esodo è spesso ricordato come un drammatico momento di liberazione. Eppure la storia include anche un lungo cammino attraverso la natura selvaggia: un periodo segnato da incertezza, battute d’arresto e apprendimento graduale.
Per Hasselaar, questa parte della narrazione parla in modo potente dei tipi di transizioni che le società affrontano oggi. “La speranza non è una questione di soluzioni rapide”, spiega. “È un cammino fatto di piccoli passi”.
Le trasformazioni ecologiche e sociali raramente avvengono da un giorno all’altro. Implicano interessi contrastanti, ostacoli imprevisti e la necessità di cooperare costantemente nel tempo. In tali circostanze, la speranza diventa essenziale, non come mero desiderio, ma come un modo per coltivare la fiducia, la solidarietà e la perseveranza lungo il cammino.
Hasselaar sottolinea anche la tradizione biblica e l’importanza dei ritmi condivisi di riposo e riflessione. Pratiche come lo Shabbat pubblico ricordano alle comunità di prendersi una pausa, ridefinire le proprie priorità e rinnovare i rapporti con Dio, tra loro e con la creazione.
Questi ritmi possono offrire preziose informazioni alle istituzioni e alle organizzazioni che oggi affrontano transizioni complesse.
Fare teologia in pubblico
Una dimensione centrale del lavoro di Hasselaar è quella che egli descrive come teologia pubblica: una teologia praticata nel dialogo con la società, la scienza e la vita pubblica. Piuttosto che iniziare con risposte teologiche, questo approccio inizia dalle realtà che le persone affrontano.
“Iniziamo con la condizione umana e la condizione del mondo”, spiega Hasselaar, compreso il mondo naturale e le crisi ecologiche che lo colpiscono.
Ascoltando attentamente le domande che emergono dalla società, dall’economia e dalle sfide ambientali, spesso emergono questioni etiche e spirituali più profonde.
Questo approccio risuona fortemente con la visione articolata nella Gaudium et Spes, la costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Il documento afferma che le speranze e le ansie dell’umanità, specialmente quelle dei poveri e dei vulnerabili, sono anche le speranze e le ansie dei seguaci di Cristo.
All’Amsterdam Centre for Religion and Sustainable Development, questa collaborazione prende forma concreta attraverso il programma di ricerca Hope-Driven Transition.
L’iniziativa riunisce studiosi di teologia, economia, psicologia, antropologia, scienza del design e studi organizzativi. Altrettanto importante, il lavoro prevede partnership con organizzazioni della società civile e professionisti che lavorano in contesti del mondo reale.
“Solo insieme”, dice Hasselaar, “possiamo rendere tangibile la speranza nella vita delle persone e delle comunità”.
Un lungo cammino di rinnovamento
I dibattiti ambientali oggi includono spesso narrazioni apocalittiche sul futuro. La portata delle crisi ecologiche può far sembrare che il futuro stesso ci stia sfuggendo di mano: eppure, il linguaggio della speranza ci invita a intendere la trasformazione in un altro modo.
Visto in questa prospettiva, il cambiamento ecologico e sociale diventa un cammino piuttosto che un singolo traguardo. Questa prospettiva si allinea all’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco, che descrive la conversione ecologica come un “lungo percorso di rinnovamento”.
Progettare un percorso del genere richiede pazienza, creatività e collaborazione. Nessuna singola disciplina o istituzione può raggiungere questo obiettivo da sola. Le transizioni profonde si ottengono invece con la cooperazione dei campi scientifici, delle comunità di fede e dei responsabili politici, e dei ricercatori e le comunità più colpite dalle sfide ambientali e sociali.
La speranza, in questo senso, diventa una narrazione condivisa che guida l’azione collettiva.
Ascoltare voci di speranza
La Quaresima, invitando alla riflessione, al discernimento e al rispetto dei limiti, offre anche l’occasione di riscoprire il vero significato della speranza. La Quaresima ci incoraggia a rallentare, a fare spazio alla riflessione e a prepararci alla Pasqua: la celebrazione cristiana della speranza.
Una figura spesso associata alla spiritualità ecologica è San Francesco d’Assisi, la cui vita fatta di semplicità, pace e cura del creato continua a ispirare oggi la riflessione ambientale. Il suo esempio ha anche plasmato la visione di Papa Francesco nella Laudato Si’, che chiama l’umanità a rinnovare il suo rapporto con il creato e con gli altri.
Hasselaar e i suoi colleghi stanno sviluppando un’iniziativa chiamata Voices of Hope, un progetto (il cui accesso è aperto a tutti) che raccoglie le riflessioni provenienti da molteplici voci, tra cui quelle di scienziati, leader religiosi, giovani, attivisti e artisti.
L’obiettivo non è definire la speranza in modo univoco, ma creare uno spazio condiviso in cui diverse prospettive possano contribuire a una conversazione più profonda su come la speranza prende forma nella pratica.
Con l’arrivo della Quaresima, Hasselaar pone una domanda semplice ma impegnativa: dove possiamo ascoltare oggi voci di speranza e come potrebbero esse guidarci nella cura della nostra casa comune?
Hasselaar è professore associato di teologia pubblica e direttore dell’Amsterdam Centre for Religion & Sustainable Development presso la Vrije Universiteit di Amsterdam. Jan Jorrit è co-presidente del Global Network for Public Theology. È ricercatore presso l’Università del Free State in Sudafrica. Dal 2011 al 2018, ha presieduto il gruppo di lavoro sullo sviluppo sostenibile del Consiglio delle Chiese nei Paesi Bassi. Il suo lavoro si concentra su come la teologia, l’economia e altre discipline possono collaborare nell’affrontare le sfide ecologiche e sociali del nostro tempo.